Bene comune e proprietà in internet

23 marzo 2009

Con la crescita di internet si è assistito negli ultimi anni a una sempre più pressione da parte delle istituzioni per introdurre una regolamentazione internazionale per quello che è divenuto a tutti gli effetti il più potente mezzo di comunicazione a livello globale.  A dicembre 2008 Berlusconi annunciò il progetto di presentare alla prossima riunione del G8, in programma dall’1 al 3 luglio 2009 a La Maddalena in Sardegna, una proposta, non meglio precisata, per stabilire appunto questo tipo di regolamentazione.

La questione è assai delicata. Internet non è un’entità fisica o tangibile, ma piuttosto un’enorme rete che collega tra loro più gruppi o persone interconnesse a loro volta da innumerevoli e più ristrette reti. Non appartiene a nessuno, non è finanziata dalle istituzioni o dai governi, nè tantomeno da organizzazioni internazionali. Questo costituisce la forza di internet poichè è chiaro che in uno scenario del genere non può essere soggetto a nessuna influenza esterna assumendo quindi un’ indipendenza assoluta. D’altra parte però ne costituisce anche la debolezza proprio a causa di questa mancanza di controllo che può portare alla nascita di nuove specie criminose.

Ma è anche lecito chiedersi se questo controllo debba venire dai governi, che potrebbero a loro volta poter avere degli interessi in gioco (non mi sembra un caso che proprio Berlusconi voglia proporre una sua regolamentazione), ledendo così quel territorio di piena libertà di espressione che finora è stato il web. E viene anche il sospetto che alcuni governanti e poteri pubblici non capiscono la vera natura di internet, che deve essere inteso come bene comune e non come bene privato. A tal proposito il 13 marzo è apparso sul quotidiano spagnolo El Mundo un articolo riguardante proprio la proposta venuta dal Primo Ministro italiano. Riporto alcuni estratti di questo articolo, quelli che ritengo i più interessanti; la completa traduzione la potete trovare sul sito Italia dall’Estero.

“La pretesa regolamentazione viene giustificata principalmente con l’idea che è necessario proteggere il diritto di proprietà in internet nei confronti di coloro che usano la Rete, per esempio per scaricare musica gratuitamente, scambiarsi archivi o accedere liberamente all’informazione contenuta nel cyberspazio. La giustificazione più pericolosa e falsa è senza dubbio quella che per bocca di alcuni governanti, tra cui Berlusconi, equipara libertà con proprietà.

I governanti devono essere coscienti del fatto che dal momento che l’uso della rete è divenuto di massa, niente sarà più uguale, neanche per ciò che riguarda la configurazione dei diritti e dei doveri e ancor meno riguardo a quei diritti che, proprio per la loro lunga elaborazione storica, hanno un urgente bisogno di una messa a punto o di un aggiornamento che li renda efficienti nelle reti del XXI secolo. Il diritto di proprietà che servì ai cittadini dell’impero romano, ai signori feudali, ai rivoluzionari francesi, agli eroi dell’indipendenza nordamericana e ai fautori dello stato sociale e democratico di diritto, ha bisogno di essere adeguato al mondo digitale:  è il diritto che deve seguire la realtà, non il contrario. Non dovremmo modificare la realtà per adeguarla al diritto, sarebbe come tornare al passato.

Detto ciò, nonostante la rete si costruisca dalla base a partire da una prospettiva sicuramente individualista, non si nega a nessuno la necessità di proteggere il bene comune nel cyberspazio, proprio per evitare che si converta in una specie di nuova versione del far west in cui impera la legge del più forte e l’esercizio dei diritti civili diviene impossibile. In questo senso è ovviamente necessario regolamentare internet; ma questo è radicalmente diverso dal voler stabilire in internet norme e sistemi regolamenti propri del passato: non c’è ragione per cui la proprietà nella rete debba operare con meccanismi identici a quelli dell’impero romano.

Il cyberspazio è essenzialmente regolato da meccanismi di autodisciplina che il più delle volte rispecchiano in modo coerente regolamenti amministrativi di ambito statale. La regolamentazione sovrastatale di internet curiosamente, ha prosperato solo, in generale, per le questioni di sicurezza e, quando lo ha fatto, lo ha sempre fatto in maniera occulta e tramite meccanismi che di solito aggirano il controllo democratico per andare a finire a toccare diritti come la privacy o la riservatezza delle comunicazioni: è lì che si richiede urgentemente l’intervento pubblico.

È necessario e urgente programmare meccanismi di autoregolamentazione e di supervisione amministrativa globale in internet per proteggere il bene comune. La proprietà, in internet, è un’altra cosa.”

Berlusconi vuole regolamentare Internet

Berlusconi vuole regolamentare Internet

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